7 marzo 2026 · 5 min lettura
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Il 30% di commissione sul Google Play Store è morto. Dopo sei anni di guerra legale con Epic Games, Google ha ceduto — e ora Apple resta l'unico colosso tech a pretendere un terzo dei ricavi degli sviluppatori. Non è generosità: è resa calcolata.
Il 4 marzo 2026 un tribunale federale americano ha ricevuto la proposta di accordo tra Google e Epic Games (approvazione giudiziaria ancora pendente, udienza aprile 2026), mettendo fine a una delle battaglie legali più combattute della storia tech. Il risultato? Google smantella il monopolio del Play Store e taglia le commissioni di un terzo. Tim Sweeney, il CEO di Epic che nel 2020 aveva dichiarato guerra ad Apple e Google rimuovendo Fortnite da entrambi gli store, si è preso la sua rivincita.
La nuova struttura è semplice: 20% di commissione sugli acquisti in-app (era il 30%), 10% sugli abbonamenti, più un 5% opzionale per chi vuole usare il sistema di pagamento di Google. Chi aderisce ai programmi App Experience o Play Games Level Up scende addirittura al 15%. Per chi gestisce i pagamenti in proprio, significa un risparmio secco del 33%.
Il taglio delle commissioni è solo metà della storia. Google lancia il programma "Registered App Stores": gli store di terze parti potranno installarsi su Android senza i mille ostacoli che finora rendevano l'operazione un incubo. Epic Games Store arriverà su Android con installazione semplificata, Fortnite tornerà sul Play Store a livello mondiale, e persino Microsoft sta preparando un Xbox Mobile Store per fine 2026, aggirando del tutto il sistema di pagamento di Google.
Stavolta Android diventa davvero una piattaforma aperta — non "aperta" tra virgolette come prima, quando installare un'app fuori dal Play Store richiedeva cinque schermate di avvertimenti terroristici.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Apple tiene duro sul 30% dell'App Store, nonostante abbia perso la causa con Epic su quasi tutti i fronti. La grande "concessione" di Cupertino? Permettere agli sviluppatori di inserire un link verso sistemi di pagamento esterni. Non di integrarli nell'app — solo un link. Come dire: "Puoi pagare altrove, basta che esci dal negozio e ti arrangi."
Google invece permette sistemi di pagamento alternativi direttamente dentro le app. La differenza è abissale. E ora che un tribunale ha stabilito che il modello Google era anticoncorrenziale persino prima di questi cambiamenti, la posizione di Apple diventa francamente insostenibile.
In Europa il Digital Markets Act morde già, negli USA le cause antitrust si moltiplicano, e adesso c'è un precedente concreto: se Google è stata costretta a scendere al 20%, con quale faccia Apple continua a chiedere il 30%?
Togliamoci dalla testa l'idea che Google sia "dalla parte degli sviluppatori". Il Play Store genera decine di miliardi l'anno e gestirlo costa una frazione di quella cifra. Anche al 20%, Google incassa una commissione spropositata per quello che è, in sostanza, un catalogo automatizzato con un sistema di pagamento integrato. Non c'è nessuno che esamina ogni app con la cura artigianale che Apple millanta.
Ma il vero problema non è se il 20% sia giusto — è che il 30% era palesemente ingiusto, e ci sono voluti sei anni di tribunale, un CEO testardo con le tasche profonde e una sentenza federale per cambiarlo. Nessuna Big Tech ha mai abbassato le commissioni di sua spontanea volontà. Ogni centesimo in meno è stato strappato con la forza.
"Questi cambiamenti trasformeranno Android in una vera piattaforma aperta con competizione tra gli store" — Tim Sweeney, CEO di Epic Games
Sweeney ha ragione, ma solo a metà. Android sarà più aperto di iOS, su questo non si discute. Però finché Google controlla i servizi fondamentali — Play Services, notifiche push, API di sicurezza — la partita non sarà mai davvero alla pari. Gli store alternativi potranno entrare dalla porta principale, ma il padrone di casa resta Google.
Per gli sviluppatori italiani, tradotto in soldoni: da luglio 2026 si risparmia. Chi ha un'app con abbonamenti vedrà la commissione crollare dal 30% al 10%, un taglio di due terzi. Per gli acquisti in-app si scende al 20%, o al 15% con i programmi dedicati. Non sono briciole: per uno sviluppatore indipendente che fattura 100.000 euro l'anno, fanno dai 10.000 ai 20.000 euro in più in tasca.
Epic Games ha fatto quello che nessun regolatore è riuscito a fare in un decennio: costringere un monopolista a competere sul serio. Google ha ceduto perché sapeva che la sentenza sarebbe stata peggio dell'accordo. Apple non l'ha ancora capito — o fa finta. Il muro del 30% ha la prima crepa seria, e le crepe non si richiudono. Entro due anni, anche Cupertino dovrà piegarsi. La domanda non è se, ma quanto resisterà prima di ammettere l'ovvio.
Fonti: TechCrunch, Engadget, Android Police, TechSpot