C'è un momento preciso in cui un homelab smette di essere un hobby e diventa infrastruttura. Per me è stato quando mi sono reso conto che le applicazioni che ci girano sopra le usano persone vere, ogni giorno, e non possono stare ferme.
Non parlo di Plex o di Pi-hole. Parlo di applicazioni che ho costruito io, che risolvono problemi reali, e che girano su un server in casa mia. Self-hosting nel senso più concreto del termine: i miei dati, le mie macchine, il mio controllo.
Cos'è un homelab di produzione?
È un server domestico che non è più un esperimento. Le applicazioni che ci girano sopra hanno utenti reali, dati che non possono andare persi e un'aspettativa di uptime. Non è un datacenter — non ha ridondanza elettrica, non ha SLA contrattuali, non ha un team dedicato. Ma ha le stesse esigenze di affidabilità, e le affronta con gli stessi principi: isolamento, backup, monitoring, failover. La differenza è il budget e la scala, non la mentalità.
Se ti stai chiedendo perché qualcuno sceglierebbe di gestire tutto da sé, ho scritto anche perché sto lasciando il cloud. Questo post va oltre: non è il perché, è il come.

Serve hardware nuovo per un server casalingo?
No. Il mio nodo principale è un AMD Ryzen 7 1800X con 47 GB di RAM. Era il computer di mio fratello — un ottimo PC che a un certo punto è diventato "datato" per l'uso che ne faceva lui. Ma datato per cosa? Otto core, sedici thread, quasi 50 giga di memoria. Per un server che ospita container LXC è una macchina perfetta.
Chi lavora con hardware tech lo sa: non butti via un pezzo del genere. Lo metti da parte, e prima o poi trova uno scopo. Questo è diventato pve, il cuore del mio homelab — 12 container, un Ryzen 7 e zero cloud.
Stessa storia per il secondo nodo. Un Intel Core i7-6700K su una ASUS Sabertooth Z170 Mark 1 — la mia workstation precedente. Quattro core, otto thread, 8 GB di RAM. Per anni è rimasta in un angolo dello studio. Poi è arrivato il momento in cui serviva un nodo di failover, e quella macchina era lì, pronta.





